I profughi di Parga
Francesco Hayez - I profughi di Parga, 1831 (Italia - Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo)


Francesco Hayez
Venezia 1791 - Milano 1882

E' stato un pittore italiano, massimo esponente del romanticismo storico. La famiglia di Francesco Hayez è di condizioni modeste, il padre Giovanni è di origini francesi mentre la madre, Chiara Torcella, è di Murano. Il piccolo Francesco, ultimo di cinque figli, venne affidato ad una sorella della madre che aveva sposato Giovanni Binasco, armatore e mercante d'arte proprietario di una discreta collezione di dipinti. Già da piccolo mostrò una predisposizione per il disegno e lo zio lo affidò ad un restauratore affinché ne imparasse il mestiere. In seguito divenne allievo del pittore Francesco Magiotto presso il quale rimase per tre anni. Frequentò il primo corso di nudo nel 1803 e nel 1806 venne ammesso ai corsi di pittura della Nuova Accademia di Belle Arti dove fu allievo di Teodoro Matteini. Nel 1809 vinse un concorso indetto dall'Accademia di Venezia per l'alunnato presso l'Accademia di San Luca a Roma e si trasferì nella capitale dove divenne allievo di Canova che ne fu la guida e il protettore negli anni romani. Nel 1814 lasciò Roma in seguito ad un aggressione, pare per vicende sentimentali, e si trasferì a Napoli dove gli venne commissionato da Gioacchino Murat il dipinto Ulisse alla corte di Alcinoo. Dal 1850 diresse l'Accademia di Belle Arti di Brera. Si spense a Milano il 21 dicembre 1882 all’età di 91 anni.

Tratto da http://it.wikipedia.org


Giovanni Berchet
Milano 1783 - Torino 1851

Romantico fervente raggiunse i più intensi risultati espressivi non tanto nei poemetti politici, come nella ‘Lettera semiseria di Grisotomo al suo figliuolo’ del 1816, sino ai ‘Profughi di Parga’ del 1821, quanto nelle ‘Romanze’ del 1822-24, in cui la realtà politica dell’Italia e del suo imminente riscatto è trasfigurata in un aggraziato medioevo; e nelle ‘Vecchie romanze spagnuole’ del 1837 che, più che traduzioni, si presentano come deliziosi rifacimenti del ‘Romancero’, in cui la Spagna del ‘Cid’ o la Francia della ‘Chanson de Roland’ diventano specchio e metafora, in cadenza di singolare finezza, della nostra tormentata e disunita penisola. Dopo aver partecipato alla fondazione del ‘Conciliatore’ è coinvolto nei moti del 1821, in seguito ai quali ripara in Inghilterra, poi in Francia, in Germania, in Belgio. Torna in Italia e si stabilisce a Torino, salvo una breve parentesi durante il biennio rivoluzionario, quando torna a Milano, dove ricopre importanti incarichi. Eletto per due volte deputato nel parlamento subalpino si schiera su posizioni assai moderate. Le sue liriche più significative sono quelle composte nel periodo dell’esilio, in particolare tra il 1820 e il 1831. Il poema ‘I profughi di Parga’, pubblicato a Parigi nel 1823, si ispira a un episodio che aveva destato grande impressione in Europa. Il poeta immagina che uno degli esuli di Parga, ceduta dagli inglesi ai Turchi, guardando da Corfù la costa dell’Epiro sia preso da sconforto e tenti di uccidersi, e che, salvato da un inglese, ne respinga l’aiuto. Nella seconda parte del poema la moglie del profugo racconta la tragedia del suo popolo, nella terza il naufrago, riacquistata conoscenza, inveisce contro l’odiato salvatore. Tra le opere celebri di Berchet sono le ‘Romanze’, composte tra il 1822 e il 1824, tra le quali spiccano per intensità di sentimento il ‘Romito del Cenisio’ e ‘Il Trovatore’. Nella prima il padre di Silvio Pellico espone appassionatamente a un viaggiatore desideroso di visitare l’Italia le sventure e le miserie della sua patria, sì che quello rinuncia al suo progetto; nel Trovatore il protagonista, esule a causa della gelosia del suo signore, rimpiange la sua terra e il sogno d’amore per la bella dama. Le ‘Fantasie’, del 1829, sono un poemetto polimetro, costituito da cinque visioni o quadri, in cui un esule racconta al pubblico ciò che in sogno ha visto dell’Italia, e contrappone alla viltà e alla miseria del suo tempo le lotte gloriose dei Comuni italiani contro l’Impero. Dopo le Fantasie il lavoro più notevole è la traduzione del ‘Romancero spagnolo’ (1837), la cui prefazione contiene interessanti osservazioni sulla poesia popolare. Tema dominante delle sue opere è l’esilio, vissuto come separazione dalla patria e insieme dai propri affetti: patriottismo e amore, assieme a un profondo sentimento religioso, si fondono e caratterizzano il desiderio di libertà dell’eroe berchettiano.

Tratto da http://www.romanticismoinglese.it/

Giovanni Berchet nel poemetto “I profughi di Parga” rievoca con forte commozione la vicenda dei cittadini di Parga che furono costretti ad abbandonare la propria terra dopo che gli inglesi, nel 1819, l’avevano ceduta ai Turchi.

I profughi di Parga - Giovanni Berchet

Parte prima - La disperazione

Chi è quel greco che guarda e sospira,
là seduto nel basso del lido?
par che fissi rimpetto a Corcira
qualche terra lontana nel mar.
Chi è la donna che mette uno strido
in vederlo una ròcca additar?
Ecco ei sorge. Per l´erto cammino
che pensier, che furor l´ha sospinto?
Ecco stassi che pare un tapino,
cui non tocchi più cosa mortal.
Ella corre, il raggiunge, dal cinto
trepidando gli strappa un pugnal.
Ahi, che invan la pietosa il contrasta!
già alla balza perduta ei si affaccia;
al suo passo il terren più non basta,
il suo sguardo sui flutti piombò.
Oh spavento! ei protende le braccia:
oh sciagura! già il salto spiccò.
Remiganti, la voga battete;
affrettate, salvate il furente.
Ei delira un´orrenda quiete;
muore e forse non sa di morir.
O già forse il meschino si pente,
già rimanda a´ suoi cari un sospir. -
Disse Arrigo. E de´ remi la lena
l´ansia ciurma su l´acque distese;
ma a schernirlo dall´ima carena
fra i tacenti una voce salì:
- Che t´importa, o vilissimo inglese,
se un ramingo di Parga morì? -
Quella voce è il dispetto de´ forti
che, traditi, più patria non hanno.
Que´ voganti alle belle consorti
corciresi ritornan dal mar.
Con lor passa a Corcira il britanno,
poi che i venti al suo legno mancâr.
Come il reo che dà mente all´accusa
sentì Arrigo l´ingiuria e si tacque;
come il reo che non trova la scusa,
strinse il guardo, la fronte celò;
e dell´isola avara ov´ei nacque
sul suo capo l´infamia pesò.
Ma un nocchiero i compagni rincora
sorge un altro e lor segna un maroso,
ecco un altro si affanna alla prora,
il governo da poppa risté.
Ecco un plauso: - Su! mira il tuo sposo,
mira, o donna, perduto non è. -
Quando Arrigo posarsi al naviglio
vede il miser, su lui s´abbandona;
e qual madre alla culla del figlio,
su le labbra alitando gli vien;
della vita il tepor gli ridona,
gli conforta il respiro nel sen.
I nocchieri a quel corpo grondante
tutti avvolgono a gara i lor panni;
tutti a gara d´intorno all´ansante
gli affatica un´industre pietà.
Noto a tutti è quell´uom degli affanni,
ognun d´essi la storia ne sa.
S´ode un pianto: discesa alla spiaggia
è la donna che invoca il consorte,
e alla voga che a lei già viaggia
più veloce scongiura il vigor.
Infelice! un´angustia di morte
le travaglia la speme nel cor.
A quel prego, sui banchi, giuliva
del riscatto, la ciurma s´arranca.
Già vicina biancheggia la riva;
sotto prora già l´onda sparì;
già d´un guardo il salvato rinfranca
la compagna de´ tristi suoi dì.
L´uom di Parga all´ostello riposa;
la sua stanca pupilla è sopita.
Ma a custodia dell´egro la sposa
quanto è lunga la notte vegliò;
e a spiarne, tremando, la vita
su lui spesso ricurva penò.
Nella veglia angosciosa il britanno
alla donna soccorre; e le dice:
- Perché taci e nascondi l´affanno?
ah! mi svela i segreti del duol;
narra i guai che al deliro infelice
fenno esosa la luce del sol. -
Era il chieder dell´uom che prepara
un conforto maggior che di pianto;
e a lei scese su l´anima amara
come ad Agar la voce del ciel,
quando gìa pel deserto ed a canto
le gemea l´assetato Ismael.
- O cortese, qualunque tu sia,
no, d´aprirti il mio cor non mi pesa;
ma ove l´angiol di Parga t´invia
a veder di sue genti il dolor,
se tu ascolti parola d´offesa,
non irarti, ma piangi con lor. -
Ogni fiel di rampogna futura
temperò con tai detti l´onesta:
poi, qual donna che il tempo misura,
fe´ silenzio e allo sposo tornò;
la man lieve gli pose alla testa,
e contenta un suo voto mandò:
- Dalle membra è svanito l´algore.
Ah! sien placidi i sonni, e dal ciglio
si trasfonda la calma nel core;
né il funestin vaganti pensier,
che gli parlin di patria, d´esiglio,
che gli parlin d´oltraggio stranier. -
Oltre il mezzo è varcata la notte.
Nel tugurio le tenebre a stento
da una poca lucerna son rotte
che già stride vicina a mancar.
Fuor non s´ode uno spiro di vento,
non un remo che batta sul mar.
Tace Arrigo. La greca si asside
a ridir le sue pene; e sovente
il sospir la parola precide
o l´idea nella mente le muor,
perché al letto dell´uomo languente
la richiama inquieto l´amor.

Parte seconda - Il racconto

I

Quando Parga e il suo popol fioria
anch´io spesso nell´alma gustai
la gentil voluttà d´esser pia.
Or caduta all´estremo de´ guai,
mi conforta che almen su me torna
quella pièta che agli altri donai.
Oh! se un dì per me lieto raggiorna,
se un dì mai rivedrò quelle mura
da cui l´odio di Alì ci distorna,
se mai vien ch´io risalga secura
a posar sotto il tiglio romito
che di Parga incorona l´altura,
fra i terrori del turbo sparito
un rifugio fia dolce al cor mio:
rammentar chi m´ha salvo il marito.
Ahi! percossa dall´ira di Dio,
a che parlo speranze di pace,
se di morte il feroce desio
forse ancor nel mio sposo non tace?
Ma i sonni son placidi;
svanito è l´algor;
la calma del ciglio
trasfusa è nel cor.
Oh Dio! nol funestino
vaganti pensier
di patria, d´esiglio,
d´oltraggio stranier.

II

Dalle vette di Suli domata
l´infedele esecrò le mie genti,
che una sede ai fuggiaschi avean data.
Là, su i templi del Dio de´ redenti,
ecco il rosso stendardo dell´empio
elevar le sue corna lucenti.
Quei che indisse a Gardichi lo scempio,
quei che rise in vederlo, ha giurato
rinnovarne su Parga l´esempio.
La sua tromba suonò lo spietato;
noi la nostra, e scendemmo nell´ira
sul terreno d´Aghià desolato,
sul terren che le caste rimira
sue donzelle vendute al servaggio
e scannati i suoi prodi sospira.
Gl´infelici eran nostro lignaggio,
nostri i campi; e a punir noi scendemmo
chi insultava al comune retaggio.
E noi donne, noi pur, combattemmo,
o accorrendo al tuonar de´ moschetti,
carche l´arme al valor provvedemmo.
La vittoria allegrò i nostri petti,
e il guerriero asciugando la fronte
già cantava i salvati suoi tetti.
Già le spose recavan dal fonte
un ristoro ai lor cari, e frattanto
la vendetta cantavan dell´onte.
- Ah! cessate la gioia del canto:
due fratelli il crudel m´ha trafitto;
l´un sull´altro perironmi accanto. -
Così in Parga una voce d´afflitto
rompe i gridi del popol festoso
che ritorna dal vinto conflitto.
Ahi! chi piange i fratelli è il mio sposo.
Fûr l´ultime lagrime
che il miser versò:
poi cupo nell´anima
il duol rinserrò;
con negri fantasimi
più sempre il nodrì;
ahi misero! misero!
la vita abborrì.
Ma il sonno più aggrevasi,
ritorna il tepor;
trasfusa dal ciglio
la calma è nel cor.
Oh Dio! nol ritentino
vaganti pensier
di patria, d´esiglio,
d´oltraggio stranier.

III

Come uscito alla strada il ladrone,
se improvviso lo stringe il periglio,
riguadagna a gran passo il burrone,
là si accoscia, e dal vil nascondiglio
gira il guardo ed agogna il momento
di spiegar senza rischio l´artiglio;
tale Alì si sottrasse al cimento.
Poi rivolto all´infausta pianura,
l´attristò d´un feral monumento.
Ma que´ marmi non son sepoltura
che piangendo ei componga al nipote:
arra son di sua rabbia futura.
Sorge un vecchio e predice: - Remote
ah! non son le vendette del vinto;
oggi ei fugge, doman vi percote.
D´armi nuove il suo fianco è recinto,
e alle vostre la punta fu scema
in quel dì che l´avete respinto. -
Consigliera de´ stolti è la téma.
Stolto il veglio e chi udillo! Fu questa
delle nostre sciagure l´estrema.
Noi vedemmo venir la tempesta;
e dov´è che cercammo salute?
Nel covil della serpe! Oh funesta
cecità delle menti canute!
oh de´ giovani incauta fidanza!
oh vigilie de´ forti perdute!
Più di libere genti la stanza
non è Parga. Un´estrania bandiera
è il segnal di sua nuova speranza.
La sua spada è una spada straniera:
i non vinti suoi figli all´Inglese
han commesso che Parga non pera.
De´ tementi egli il gemito intese
e, signor delle vaste marine,
come amico la destra ci stese.
Ecco ei siede sul nostro confine:
ecco ei giura nel nome di Cristo
far secure le genti tapine.
Ahi! qual fé ci è serbata dal tristo,
a che laccio il mio popol fu còlto,
sa ´l quest´uomo su cui mi contristo,
questo forte che il senno ha sconvolto.
Ma l´ansie cessarono,
più lene è il sopor;
la calma trasfondesi
dal ciglio nel cor.
Oh Dio! non la turbino
lugubri pensier,
crucciose memorie
d´oltraggio stranier.

IV

Squilla in Parga l´annunzio d´un bando:
posti a prezzo dall´Anglo noi siamo,
come schiavi acquistati col brando.
Vano è il pianger, schernito è il richiamo:
già il vegliardo dell´empia Giannina
co´ suoi mille avanzarsi veggiamo;
già già tolta all´inflessa vagina
sfronda i cedri del nostro terreno
l´insultante sua sciabla azzurrina.
Egli viene: dal perfido seno
scoppia il gaudio dell´ira appagata;
la bestemmia è sul labro all´osceno.
Non è il forte che sfidi a giornata;
è il villano che move securo
a sgozzare l´agnella comprata.
Ah! non questo, o britanni, è il futuro
che insegnavan le vostre promesse;
questi i patti, o sleali, non fûro.
Pur, quantunque deluse ed oppresse,
le mie genti al superbo ottomanno
non offrîr le cervici sommesse.
Un sol voto di mezzo all´affanno,
un sol grido fu il grido di tutti:
- No, per Dio! non si serva al tiranno. -
Quindi al crudo paraggio condutti,
preferimmo l´esiglio. Ma questi
ch´oggi tu m´hai scampato dai flutti,
fin d´allora in suo cor più funesti
fea consigli, e ne´ sogni inquieti
io, vegghiando, l´udia manifesti
darmi i segni de´ fieri segreti.
Ma i sonni prolungansi,
l´affanno cessò;
le membra trasudano,
il cor si calmò.
Serene le immagini
ti formi il pensier;
o sposo, dimentica
l´oltraggio stranier!

V

Eran quelli i dì santi ed amari,
i dì quando il fedele si atterra
ripentito agli squallidi altari,
ove l´inno lugùbre disserra
le memorie dei lunghi dolori
con che Cristo redense la terra.
Là, repressi i profani rancori,
offerimmo le angosce a quel Dio
che per noi ne patì di maggiori.
Poi, gemendo il novissimo addio,
surse, e l´orme de´ suoi sacerdoti
taciturna la turba seguio.
Quei ne trasser là dove, remoti
dai trambusti del mondo e viventi
nel più caro pensier de´ nipoti,
sotto il salcio dai rami piangenti
dormian gli avi di Parga sepolti,
dormian l´ossa de´ nostri parenti.
Qui, scoverte le fosse e travolti
i sepolcri, dal campo sacrato
gli onorandi residui fûr tolti.
Ah! dovea, su le tombe spronato,
il cavallo dell´empio quell´ossa
a´ ludibri segnar del soldato?
Da pietà, da dispetto commossa
va la turba, e sul rogo le aduna
che le involi alla barbara possa.
Guizza il fuoco: all´estrema fortuna
de´ suoi morti la vergin, la sposa
i recisi capegli accomuna.
Guizza il fuoco: la schiera animosa
de´ mariti il difende, e appressarse
la vanguardia dell´empio non osa.
Guizza il fuoco, divampa; son arse
le reliquie de´ padri, ed il vento
già ne fura le ceneri sparse.
Quando il rogo funereo fu spento,
noi partimmo: e chi dir ti potria
la miseria del nostro lamento?
Là piangeva una madre, e s´udia
maledir il fecondo suo letto,
mentre i figli di baci copria.
Qui toglievasi un´altra dal petto
il lattante, e fermando il cammino,
con istrano delirio d´affetto,
si calava al ruscello vicino,
vi bagnava per l´ultima volta
nelle patrie fontane il bambino.
E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta
dalle patrie campagne traea
una zolla nel pugno raccolta.
Noi salpammo: e la queta marea
si coverse di lunghi ululati,
sicché il dì del naufragio parea.
Ecco Parga è deserta. Sbandati
i suoi figli consuman nel duolo
i destini a cui furon dannati.
Io qui venni mendica; e ciò solo
che rimanmi è quest´uom del mio core,
e i pensier con che a Parga rivolo.
Ei non ha che me sola e il furore
de´ suoi sdegni; e de´ morti fratelli
questi avanzi di pianto e d´amore.
Li rinvenne all´aprir degli avelli:
carità sì severa ne ´l punse
che, geloso, alla pira non dielli,
ma compagni alla fuga gli assunse.


Parte terza - L'abbominazione

Nunziatrice dell´alba già spira
una brezza leggiera leggiera
che agli aranci dell´ampia Corcira
le fragranze più pure involò.
Ecco il sol che la bella costiera
risaluta col primo sorriso,
e d´un guardo rischiara improvviso
la capanna ove l´egro posò.
Egli è il sol che fra bellici eventi
rallegrava agli elleni il coraggio
quando in petto alle libere genti
della patria fremeva l´amor,
quando al giogo d´estranio servaggio
niun de´ greci curvava pensiero,
e alla madre giurava il guerriero
di morire o tornar vincitor.
Come foglia in balìa del torrente,
ahi, la gloria di Grecia è sparita!
L´aure antiche or quivi trovi e fiorente
delle donne la bruna beltà;
ma in le fronti virili scolpita
qui tu scorgi la mesta paura,
qui l´impronta con cui la sventura
le presenta all´umana pietà.
Sol, che a libere insegne vedrai
batter forse qui ancor la tua luce;
sol di Scheria, i tuoi limpidi rai
sien conforto a un tradito guerrier:
qui vagando a rifugio, il conduce
d´una sposa il solerte consiglio;
e tu qui, fra la morte e l´esiglio,
fa ch´ei scelga il più mite voler.
Dal guancial de´ suoi sonni al mattino
l´uom di Parga levò la pupilla:
il pallore è sul volto al meschino;
ma il terror, ma l´angoscia non v´è.
Un ristoro che il cor gli tranquilla
son gli olezzi del giorno novello;
e quel sol gli rifulge più bello
che perduto in eterno credé.
Ma perché, se il suo spirto è pacato,
perché almen nol rileva il saluto?
perché a lei che il sorrege da un lato
con un bacio ei non tempra il dolor?
perché immoto su l´uom sconosciuto
il vigor de´ suoi sguardi s´arresta?
e che subita fiamma è codesta
che in la guancia gli vive e gli muor?
Ben Arrigo la vide: e compreso
da che affetto il tacente sia roso,
come l´uom che propizia un offeso,
questa ingenua parola tentò:
- O straniero, al tuo cor doloroso
so ch´orrenda è l´assisa ch´io vesto;
so ch´io tutti qui gli odii ridesto
che l´infida mia patria mertò.
Ma se i pochi, che seggon tiranni
delle sorti dell´Anglia, fûr vili,
tutti no, non son vili i britanni
che ritrosi governa il poter.
Premian croci ingemmate e monili
la spergiura amistà di que´ pochi;
ma l´infamia che ad essi tu invochi
mille inglesi imprecârla primier.
Mille giusti, il cui senno prepone
al favor de´ potenti i lor sdegni;
mille giusti in le vie d´Albione
pianser pubblico pianto quel dì
che aggirato con perfidi ingegni
narrò un popol fidente ed amico,
poi venduto al mortal suo nemico
da quel braccio che scampo gli offrì.
Oh rossor! ma il sacrilego patto
nol segnò questa man ch´io ti stendo,
ma non complice fu del misfatto
questo petto che geme per te.
Non tu solo se´ il miser. Tremendo,
ben più assai che l´averla perduta,
egli è il dir: - La mia patria è caduta
in obbrobrio alle genti ed a me. -
Per l´ingiuria che entrambi ha percosso
or tu m´odi, o fratel di dolore!
Io né il suol de´ tuoi padri a te posso
né la bella ridar libertà;
ma se in te non prevale il rancore,
se preghiera fraterna è gradita,
dal fratello ricevi un´aita
che men grami i tuoi giorni farà. -
Così l´alma schiudea quell´afflitto;
così, largo di doni e di pianto,
col rimorso egli sconta il delitto,
il delitto che mai nol macchiò.
Piange anch´essa la greca, e di tanto
il penar del pietoso l´accora,
che le par mal venuta quell´ora
in cui mesta i suoi casi narrò.
Ella tace, e col guardo prudente,
vedi! il guardo ella cerca allo sposo.
Vedi come n´esplora la mente!
come in volto il travaglio le appar!
Chi sa mai se dell´uom generoso
fien disdetti i soccorsi od accolti?
Ma una voce prorompe; s´ascolti:
è il ramingo che sorge a parlar:
- Tienti i doni e li serba pe´ guai
che la colpa al tuo popol matura:
là, nel dì del dolor, troverai
chi vigliacco ti chiegga pietà.
Ma v´è un duolo, ma v´è una sciagura
che fa altero qual uom ne sia còlto:
e il son io; né chi tutto m´ha tolto
quest´orgoglio rapirmi potrà.
Tienti il pianto; nol voglio da un ciglio
che ribrezzo invincibil m´inspira.
Tu se´ un giusto: e che importa? sei figlio
d´una terra esecranda per me.
Maledetta! Dovunque sospira
gente ignuda, gente esule o schiava,
ivi un grido bestemmia la prava
che il mercato impudente ne fe´.
Mentre ostenta che il negro si assolva,
in Europa ella insulta ai fratelli;
e qual prema, qual popol dissolva
sta librando con empio saver.
Sperdi, o cruda, calpesta gli imbelli!
Fia per poco. La nostra vendetta
la fa il tempo e quel Dio che l´affretta,
che in Europa avvalora il pensier.
Io vivea di memorie; e il mio senno
da manie, da fantasmi fu vinto.
Veggo or l´ire che compier si denno,
e più franco rivivo al dolor.
Questa donna che piansemi estinto,
questa cara a cui tu mi rendesti,
più non tremi: a disegni funesti
più non fia che m´induca il furor.
Forse il dì non è lungi in cui tutti
chiameremci fratelli, allorquando
sovra i lutti espiati dai lutti
il perdono e l´oblio scorrerà.
Ora gli odii son verdi: e nefando
un spergiuro gli intima al cor mio;
però, s´anco a te il viver degg´io,
sappi ch´io non ti rendo amistà.
Qui starò, nella terra straniera;
e la destra onorata, su cui
splende il callo dell´elsa guerriera,
ai servigi più umili offrirò.
Rammentando qual sono e qual fui,
i miei figli, per Dio! fremeranno;
ma non mai vergognati diranno:
- Ei dall´anglo il suo frusto accattò. -
L´uom di Parga giurò; né quel giuro
mai falsato dal miser fu poi;
oggi ancor d´uno in altro abituro
desta amore a chi asilo gli diè:
scerne il pasco ad armenti non suoi,
suda al solco d´estranio terreno;
ma ricorda con volto sereno
che l´angustia mai vile nol fe´.
Fosca fosca ogni dì più s´aggreva
su lo spirto d´Arrigo la noia;
nessun dolce desir gli rileva
qualche bella speranza nel sen.
Non gli ride un sol lampo di gioia,
teme irata ogni voce ch´ei senta,
vede un cruccio, uno scherno paventa
su ogni volto che incontro gli vien.
La sua patria ei confessa infamata,
la rinnega, la fugge, l´abborre;
pur da altrui mal la soffre accusata,
pur gli duole che amarla non può.
Infelice! l´Europa ei trascorre;
ma per tutto lo insegue un lamento,
ma una terra che il faccia contento,
infelice! non anco trovò.
Va ne´ climi vermigli di rose,
lungo i poggi ove eterno è l´ulivo,
a traverso pianure che erbose
di molt´acque rallegra il tesor;
ma per tutto, nel piano, sul clivo,
giù ne´ campi, di mezzo a´ villaggi,
sente l´Anglia colpata d´oltraggi,
maledetta da un nuovo livor.
Va in le valli dei tristi roveti
su pe´ greppi ove salta il camoscio,
giù per balze ingombrate d´abeti,
che la frana dai gioghi rapì;
ma ove tace, ove mugge lo stroscio,
quando l´alta valanga sprofonda,
da per tutto v´è un pianto che gronda
sovra piaghe che l´Anglia ferì.
Varca fiumi e di spiaggia in ispiaggia
studia il passo a cercar nuovo calle;
per città, per castelli viaggia,
né mai ferma l´errante suo piè:
ma per tutto, di fronte, alle spalle,
ode il lagno di genti infinite,
d´altre genti dall´Anglia tradite,
d´altre genti che l´Anglia vendé.

Vuoi approfondire? Vedi anche:

Dove si trova Parga? I luoghi da visitare
I profughi di Parga Immagini di Parga
Le spiagge della zona  



Email:
 
Password:
 
Accedi adesso
o richiedi subito
un nuovo account di posta elettronica!
Richiedilo ora

1653 amici già iscritti!
Iscriviti adesso
Con il tuo messenger!
Contattaci ora
 

| Storia | Da vedere | I profughi di Parga | Immagini | Dove | Spiagge | Mappa | Newsletter | Bus | Sfondi | Email gratuita | Links | Numeri utili | Pubblicitá | Suggerimenti | Info | Fare surf a Parga | Chat | Guestbook |

©Pargaweb.com - D. Gemmano - A. Pappas